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Banche: Davide contro Golia

Un piccolo imprenditore campano, come milioni di italiani oggi, ha qualche problema nel rientrare nel fido di conto corrente e a pagare le rate di un prestito chirografario.

La grande e potente banca nazionale, come al solito, non sente ragioni e diventa ogni giorno più insistente e aggressiva, reclamando i quattrini del presunto debito.

Sembra una partita persa in partenza, ma accade che il nostro assistito napoletano si rivolga al nostro Studio, che faccia analizzare i rapporti e che emergano le frequenti criticità che riscontriamo con le nostre perizie.

Lo contestiamo alla banca che, come sempre, risponde che non c’è nulla di irregolare.

Non molliamo, e dopo una lunga trattativa si arriva all’accordo che prevede uno “sconto” di circa l’ottanta per cento su quanto l’istituto di credito affermava di avanzare, cioè 34.184,78 euro. Il nostro assistito quindi alla fine ha pagato solamente 7.000,00 euro.

Una riflessione finale leggendo bene le clausole contenute nella transazione: è quanto meno singolare che una banca, dopo aver fatto uno sconto così importante su un (presunto) debito, inserisca 2 punti dove indica che:

1) il correntista non possa far valere le proprie ragioni creditorie (quindi viene detto tra le righe che il correntista ha un credito verso la banca a causa di anomalie quali usura, anatocismo ecc!)

2) gli importi richiesti ed indicati in transazione, assieme alle commissioni e ai tassi applicati vengono condivisi e confermati sia dal correntista che dalla banca.

Se la banca avesse la “coscienza” a posto, sarebbero necessarie queste clausole?

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